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    Il capolavoro di Jannik Sinner

    articolo di Roberto Levantaci

    Come nasce un capolavoro? Come si fa, lo si progetta a tavolino un po’ alla volta, o si sviluppa di getto, spontaneamente? È solo talento o anche fortuna? Voglio dire: Leonardo Da Vinci già lo sapeva, quando riempiva la tela con la Gioconda (bistrattata stamattina dai soliti deficienti), che quel quadro avrebbe fatto la storia dell’arte mondiale di tutti i tempi? Prendiamo Sergio Leone. Durante le riprese di ‘C’era una volta in America’ il grande cineasta era consapevole che quel film sarebbe stato uno dei lungometraggi più visti nella storia del cinema? Quando Tom Waits ha scritto ‘Picture in a frame’ pensava davvero che sarebbe stata la canzone d’amore più bella di tutti i tempi? Lui, che canzoni d’amore neanche ne scriveva. E si potrebbe andare avanti all’infinito. Il capolavoro di Sinner era, invece, già scritto. Lo ha costruito con infinita pazienza il fuoriclasse altoatesino, smash dopo smash, servizio dopo servizio, un po’ di dritto, un po’ di rovescio. Ha curato i minimi particolari, lo ha montato pezzo dopo pezzo, come un gigantesco puzzle complicato e coloratissimo, un’opera intricata, tortuosa, improbabile. Impossibile, fino a qualche tempo fa. Per come si erano messe le cose, fino a qualche minuto fa. Una missione interstellare, una meraviglia d’ingegneria, il Royal Oak di Audemars Piguet, il Burj Khalifa di Dubai, le tre cime di Lavaredo, là, di fronte a casa sua. Na tazzulell e cafe’ ngopp a posillp, il tramonto sulla spiaggia di Ipanema, la bassa marea a Mont Saint Michel. Jannik Sinner sul tetto del mondo. Per ora su quello australiano, ma uno così non lo ferma più nessuno. Li ha battuti tutti, pure il russo. La più alta montagna da scalare. Il passaggio di consegne qualche giorno fa con Djoker, stamattina è toccata al numero tre del mondo in finale. Tosto e teatrale come al solito, ma alla fine scarico come una rivoltella bagnata. Il fuoriclasse italiano lo ha liquidato in cinque set. Una faticaccia interminabile, un match raro, se le sono date di santa ragione, sembravano due pugili sul ring. Pure senza guantoni. Quattro ore di baruffa totale, con il russo partito forte, ed il rosso costretto a recuperare tutte le sue risorse chissà dove. Gigantesco Carota, nessun italiano come lui, fatta eccezione per Panatta, quasi cinquant’anni fa al Roland Garros. Ma il ragazzino ha ancora tutta la vita davanti. Un’opera d’arte in carne ed ossa, centottantotto centimetri di puro talento, quella che colpisce la palla non è la racchetta, ma la sua mano. Con quell’arma letale fa ciò che vuole. Fantastica, meravigliosa, sublime, imperiosa opera d’arte. Capolavoro assoluto. Grazie infinite ragazzi, per tutto quello che ci avete lasciato. Grazie Leonardo, grazie Sergio, grazie Tom. E grazie di cuore, straordinario Jannik. Benvenuto nel mondo dei numeri uno.

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